Exnichilazione

we come from nowhere

Io non so parlare.
Cioè, non delle cose importanti.
Ho problemi alle interrogazioni, ma soprattutto a parlare con chi più mi sta a cuore.
Non mi vengono le parole, mi impappino, ci passo da scemo.
per questo scrivo, per te, che sei il cielo, azzurro di giorno
nero di notte, ma splendido comunque grazie alle stelle. 

Forse per la prima volta nella vita di Azalea oggi c’è il sole.

E forse, non è una bella cosa.
Assolutamente no.

 

“Ormai in classe mia le ragazze tra di loro si chiamano tutte “amore” tra di loro.”

Pensava Marco, e non capiva.
“Come fanno a capire a chi si riferiscono?
voglio dire, sono in una decina, ma se Marta grida Amore! si gira solo e soltanto la ragazza desiderata dalla suddetta Marta. Come fanno? come fanno le altre a sapere che Marta non chiamava loro?”

“E anche tralasciando questo, non si accorgono di come distruggono la bellissima parola Amore”, pensa.

Poi pensa, “menomale che Elena non è così, lei chiama tutti per nome, senza abbreviazioni.”

Marco scosse la testa, decise di essere troppo maschio per questi pensieri, (spaventato anche dal fatto che si stia rendendo conto di pensare un po’ troppo ad Elena ultimamente) e tornò a scrivere nella sua agenda.
 

Odio i piedi.
Non sono per niente sexy, i piedi.
Sono grossi e stonano in una figura umana.
Mettici che sono propensi al puzzare, e il gioco è fatto. 

“Io penso di essere asociale il giusto. Asociale con brio, diciamo. Cioè, io non cago mai nessuno: saluto tutti quelli che più o meno conosco, magari anche per primo, ma più in là di buongiorno e buonasera non mi spingo mai (parlo di conoscenti e vicini di casa, non di amici). Il motivo è semplice: non c’ho un cazzo di voglia, e poi voi chi minchia siete? Mollatemi. Però, se hai qualcosa da dirmi, io ti ascolto. Sempre. Che tu sia un testimone di Geova, uno di quei brillantoni che ti ferma e ti chiede se hai qualcosa contro i ragazzi che vivono nelle comunità di recupero (no, guarda, ‘un c’ho nulla, però la penna ‘un la voglio), che tu sia un gobbo di merda, una guardia, un prete, un parlamentare e altra simile gentaglia. Poi magari ti mando in culo subito dopo, ma ascoltare ti ascolto. Sempre.”

questionedicellule:

Sauro Sandroni. 

(Fonte: nonientepoitispiego)

Fresca fresca dei suoi diciotto anni, fresca dello studio della filosofia, fresca della vita che iniziava a sorriderle, malgrado qualche piccolo incidente di percorso, Elena adesso sorrideva.
Sorrideva a scuola, quasi alla fine, sorrideva per strada, e sorrideva al telefono quando sentiva Carlo.
Carlo, la speranza, era a una novantina di kilometri di distanza, ma questo non impediva a Elena di sorridergli.
E Carlo lo sapeva che Elena sorrideva al telefono. Così sorrideva anche lui.
Ormai sarà stato più di un anno che stavano insieme. Sì, sicuramente.
Basta chiederlo alla sorellina di Elena, Camilla. Lei Carlo non lo sopporta, eppure, ogni quindici giorni Carlo era lì, a rubarle la sorella.
E ogni quindici giorni, Elena era da Carlo.
Entrambi non si erano ancora stufati di farsi un’ ora e mezza di rumoroso e sporco treno.
Ah, l’ Amore.







Elena è sola. Piange, in camera sua.
Camilla parla con la mamma, le spiega.
Carlo urla al telefono, ma Elena non risponde e piange.
Preferirebbe morire. 

Che ho rallentato il passo, diminuito l’ andatura, e, piano piano, mi sono fermato, perché il tuo maglione azzurrocielo aveva una trama avvincente, ed il finale l’ ho letto nei tuoi occhi.